In quel perido avrò avuto forse quattordici anni ed essere adolescenti a metà degli anni sessanta, quando anche la TV moralista di allora, metteva il veto a qualsiasi parola che facesse riferimento all'anatomia umana, significava essere attenti a tutto ciò che riguardasse il sesso. Un'attenzione quasi morbosa, dove gli insegnamenti avvenivano tra coetanei, bisbigliati e in parte inventati.
Casa mia non faceva eccezione, si parlava sì di sesso, ma in maniera velata e non certo per spiegarmi come stavano le cose.
Il sabato sera era sempre una serata di festa, il minuscolo appartamento si riempiva degli zii che venivano a cena da noi, cibi gustosi, discussioni e risate. Fu proprio in una di quelle serate che rimasi sconvolto, piacevolissimevolmente sconvolto.
Generalmente le coppie erano tre, i miei genitori e le due sorelle di mia madre con i rispettivi mariti.
Attorno alla tavola sedevano usualmente coppia per coppia, i discorsi passavano dai ricordi, al lavoro, alla politica alla religione.
Quella sera però si parlò di "SESSO"
La mia attenzione si accuì immediatamente, seguivo con attenzione ogni sillaba nonostante il mio sguardo rimanesse indifferente come di chi ha vita vissuta.
Non ricordo certo come si entrò in argomento, ma il tema, nocciolo principale della discussione era: "UNA DONNA SPOSATA, CONCEDE PIU' ALL'AMANTE CHE AL MARITO"
Questa la tesi dei maschi
Le femmine si sentirono colpite nel vivo, mogli integerrime e madri esemplari, ben presto si accalorarono e dichiararono guerra ai mariti.
Imparai molto quella sera, soprattutto capii il diverso sentire dei due sessi; i maschi denunciavano più istintività, le femmine invece, più attente alle sfumature
Senza rendersene conto, le coppie si sciolsero, sul lato sinistro della tavola mia madre e le zie, i maschi tutti a destra. Io mi sedetti a capotavola e, come ad una partita a tennis, spostavo lo sguardo per meglio seguire gli interlocutori.
Parole quali: insensibili, ipocrite, la verità fa male e simili, si sprecarono; parole accalorate, discussione serrata e sentita, le argomentazioni varie venivano sciorinate e difese come in un forum fino a quando al culmine, le une di fronte agli altri lanciarono l'accusa:
"PERCHE' VOI RAGIONATE CON ***..
e gli altri pronti nella risposta
.... PERCHE' VOI? AVETE IN MENTE SOLO ****"
OHPS!
Tacqueto per un attimo, poi come mossi da un comando si voltarono verso di me.
Li osservavo come al solito fingendo indifferenza ma il volto ahimè tradiva il mio stato, rosso come una pesca e quel che è peggio con le orecchie color porpora.
Scoppiarono in una risata generale e passarono al dolce.
Ancora una giornata di fuga, ancora una meravigliosa giornata.
Con gli occhi socchiusi, inspiro in uno stato di grazia l'aria marina. Il sole tiepido, la brezza con il forte odore salmastro e il rullio del traghetto, mi portano a non pensare, ma a godere di quest'attimo intenso di beatitudine .
Come formiche, sbarchiamo a Portovenere. Roccia meravigliosa sul mare, pietre secolari e gradini consunti salgono verso un piccolo santuario. Muraglioni neri, merlati accompagnano fino al luogo del culto, una sorta di fortezza sullo strapiombo violentato dall'acqua.
Un gabbiano volteggia catturando il vento, lo fa con piacere, senza meta, per la gioia di volare. Mi ricorda Livingston, la sua filosofia che tanto si avvicina allo zen, lo osservo con attenzione e penso anche a Leonardo ed ai suoi studi, e penso di non inciampare nei gradini sempre più consunti.
L'edificio ha una classica architettura con pietre nere intervallate da altre bianche a formare una sorta di divisa da ergastolano
Sosto a pochi metri dalla porta con il timore di entrare. Forse il luogo, il silenzio, il vento, hanno giocato sulla mia emotività, qualche cosa mi ferma, sento lo stato d'animo di un uomo del 1200, riverenza, timore, paura, fede, desiderio di entrare, paura di entrare. Tutto questo mi sbarra la strada facendomi provare un tumulto di emozioni ingiustificate.
La penombra dell'interno, mi riporta nuovamente nel medio-evo, ma al contrario di quello che temevo prima di entrare, non sento paura o tensioni, ma desiderio di rinnovamento, la necessità di fare, di inventare, di crescere e tutto questo lo percepisco osservando i capitelli, le crociere, le travate annerite.
Un'anziana perpetua, avvolta in un trasandato grembiule azzurro, avanza ondeggiando su gambe massacrate da vene varicose, ha un grosso libro in mano; io l'osservo procedere fino all'altare, con fare annoiato lascia cadere il volume sul marmo ricoperto di pizzo, come se fosse un fardello troppo pesante per lei. E' un rumore sordo, secco, che ricorda polvere e cianfrusaglie Made in China.
Dal ciborio si passa ad un balcone a sbalzo sul Mediterraneo; 280° di solo mare e cielo separati da una sfumatura chiara: l'orizzonte.
Come si sarà sentito il Sacerdote, su quel medesimo terrazzo nel 1200 o nel 1400? Credo che sia una costruzione realizzata appositamente per lui, per ricordargli l'immensità del creato e dargli l'opportunità di una maggiore unione con il Divino.
Fuori dalla porta un'artista vende le sue vongole dipinte.
Un verso dal cielo: Livingston continua a volteggiare ed io, con il naso verso l'alto manco il gradino.
Il rumore del diesel è noiosissimo, un ronzio continuo che per fortuna, a volte ti dimentichi di ascoltare.
Una musica di sottofondo per coprire il ruggito dell'auto e lo schermo panoramico che diffonde immagini in 3D di una singolare bellezza: la Toscana.
Colline che si susseguono, filari di viti del chianti, ulivi, pini marittimi, cipressi.
Quà e là, cascinali ristrutturati con gusto tutto locale, talmente accattivanti da fare venire il deisiderio di dare un bel calcio a tutto e ritirarsi in quei luoghi.
"Da ragazzo" - racconto a mia moglie - "mi attirava la vita dell'artista. Ero stato colpito da un film, dove uno scultore viveva in una villa simile, tra le colline e tutti, affascinati dalla sua simpatia e dalla sua personalità estroversa, usavano fargli visita, quindi l'interprete, passava la vita tra attimi di concentrazione artistica e bagordi mondani."
"Quindi fare l'artista era una scusa!" - Ribadisce lei.
"Beh! nella mia mente di ragazzo, c'era il fascino della pittura, degli amici che vengono a trovarti, degli ospiti coi quali chiacchierare...
"Una specie di agriturismo insomma! Quello che fai ora, no?"
Già! Non ci avevo pensato. Quante cose fanno parte della nostra vita e le dimentichiamo, le abbandoniamo in un angolo per poi riscoprile dopo anni. Evidentemente in ognuno di noi c'è un'impronta, spesso latente, che prima o poi riaffiora, a discapito di ogni nostra volontà o decisione presa.
Le immagini sullo schermo variano da vallata a vallata, la terra rossa del Senese è forte e calda.
Una collina, di fronte a noi, è interamente foderata di cipressi verde scuro, talmente abbracciati tra loro da formare un tessuto simile ad un raffinato tappeto.
E' superlativo! Penso quanto sia criminale incendiarlo.
Tiziana al mio fianco, ridendo mi chiede: "Perchè? ... Vorresti bruciarlo?"
Sorrido, metto la freccia ed entriamo in un autogrill.
Mi affascina l'idea di come una persona possa, a sua insaputa, diventare o meglio essere un'altra.
Non posso dire di conoscerla più del superficiale, l'avevo vista parecchie volte e sicuramente era una ragazza che si notava, un piercing nel sopraciglio, un'altro nella lingua, il suo atteggiamento, come il suo abbigliamento, era quasi una sfida, un modo di imporsi graffiante e trasgressivo. A volte ispirava attimi di rara simpatia, ma per lo più era scostante, Amava, all'apparenza, una vita di emancipazione e indipendenza.
Da qualche mese però aveva gli occhi meno truci, ad onor del vero, erano tutt'altro che truci, sembrava più sorridente, e si stava bene in sua compagnia.
Ieri l'ho vista vestita da sposa, i piercings erano scomparsi, il colore dei capelli semplice e naturale, un viso rilassato che emanava luce, tanta luce e, sui gradini della chiesa, ha pianto.
Era profondamente felice.
E lo sono stato anche io.
La felicità può essere contagiosa.
Davanti al liceo, un muretto contorna vari cassonetti, per ospitare la spazzatura differenziata.
Nulla di anomalo se non fosse per una ragazza seduta su quel muretto, tra la campana del vetro e il contenitore dei cartoni.
Passavo in macchina e con la coda dell'occhio l'ho notata, una normalissima adolescente in jeans e maglioncino.
Si era accesa una sigaretta e dal tabacco, aspirava svogliatamente boccate di fumo biancastro.
Non so per quale motivo avesse scelto quel posto per sedersi, ma l'impressione che ne ho ricevuto guardandola, è stata di solitudine. o forse di noia.
Era lì, essa stessa abbandonata, con gli occhi fissi su quella sigaretta quasi del tutto consumata a pensare chi sà cosa.
Immediatamente ho fatto il paragone con la mia giovinezza, con la mia generazione che ha avuto la possibilità di poter sperare, di avere ideali per i quali lottare, di vivere intensamente senza conoscere la noia. Siamo stati fortunati
AI MIEI TEMPI..... Dio che frase orribile e ipocrita!
Ai miei tempi era una un'altra società, nè migliore nè peggiore, solo diversa. E oggi se fossi adolescente, probabilmente potrei essere tra i bidoni dei rifiuti secchi e tra quelli umidi, smanettando un cellulare, ascoltando l'MP3 mentre aspiro profonde boccate da un rollo artigianale di trinciato forte.
L'attimo era perfetto! Avevo le gambe accavallate e mollemente distese sotto al tavolinetto del bar, le mani in tasca, sul tavolinetto una coca con qualche goccia di gin, davanti a me uno dei panorami più incredibili del mondo, dentro di me la gioia dell'adolescenza.
Come da sempre trascorrevo le vacanze a Ravello ed era inevitabile, non andare almeno una volta al giorno al GARDEN BAR.
Era situato su di una terrazza con veduta a tutto tondo del golfo di Amalfi, i tavolini ricoperti dalle tovaglie color pastello, erano disposti ordinatamente sotto ad un pergolato di uva nera, un piccolo chiosco con il Mitico Don Antonio, il proprietario dalla figlia bellissima, non che Antonio difettasse di simpatia, professionalità e stile, ma come da ragazzi si diceva "tutto fa".
Mi trovavo quindi, in quel particolare stato d'animo di sottile gioia, dove mi sentivo parte della natura e del cosmo intero, godevo di quella pace, solo qualche tintinnio di bicchieri e, il profumo intenso dei fiori di Villa Rufolo a due passi dal bar.
Il classico KLIK della monetina che cade nel juke box, qualcuno alle mie spalle aveva voglia di musica, la ricerca del disco, poi la calda voce di Tenco.
"... vedrai, vedrai, vedrai che cambierà..."
Mentre ascoltavo le parole, sentivo calare nel mio animo una grande tristezza. Rivedo tutto come allora e ricordo perfettamente il mio pensiero di adolescente
"Non lo posso accettare" pensavo "una vita di illusioni frantumate, forse per qualcuno ma non per tutti, la rassegnazione è già una sconfitta"
Finalmente termina il disco. Sospiro di sollievo, ritorno alla realtà al mio panorama,
Altra ricerca poi... "Ragazzo mio, un giorno ti diranno, che tuo padre non ha mai concluso niente...."
Ma chi diavolo è che sta vivendo sta' depressione?! Mi sono girato di scatto, quasi furente e, la stupenda figlia di Don Antonio mi ha sorriso.
Tutto si è addocito, l'ho salutata, lei è tornata a leggere i suoi libri, io alla mia coca,.
Certo che dire ad un ragazzo "tuo padre non ha mai concluso niente" è da perversi, con quale coraggio si possono dichiarare frasi così forti? Che razza di vita ha avuto Tenco, per descrivere quelle situazioni in maniera così sconvolgente?
Altra ricerca e finalmente una melodia dolce,,, romantica, di quelle che piacciono a me "Mi sono innamorato di te... " Bellissima! è una canzone stupenda! "... perchè non avevo niente da fare,,," AHHH!!!
Sono passati 40 anni, il GARDEN BAR è un ristorante, il pergolato è stato sostituito da una tettoia in cotto, i muri bianchi come da copione, la terrazza chiusa da una asettica vetrata.
Il panorama è immutato, Don Antonio non c'è più, la stupenda figlia non la riconoscerei, la coca è senza il gin. e Tenco è rimasto. La radio sta trasmettendo i suoi brani più belli.
Li riascolto, sono veramente belli, ci vuole bravura per descrivere l'animo umano con quelle pennellate da artista.
Ma dopo una vita, la mia, non ho cambiato idea.
Forse ho avuto fortuna, ma è meraviglioso accorgersi che anche i dolori, anche quelli peggiori, racchiudono una possibilità di crescita e di gioia.