Una delle cose che fatico a comprendere è perchè, nonostante ci sia tanto tempo a disposizione, si arrivi ad essere irrimediabilmente in ritardo.
Anche questa volta è successo.
La corsa con l'auto, la corsa per il parcheggio, la corsa fino al teatro, ed eccolo là maestoso, Il Comunale di Bologna, discreto nel suo abito notturno di luci.
Le 20,30 in punto, ancora 5 minuti e il concerto avrebbe avuto inizio.
Corsa per le scale, ricerca della porta giusta, poltrona, penombra, buio.
Tre occhi di bue illuminano il palcoscenico, entrano i musicisti con aria tetra, perfettamente in sontonia con gli abiti neri che indossano.
Piccoli colpi di tosse, qualche nota per accordarsi, silenzio. Entra il direttore d'orchestra, un giovane nipponico con grandi occhiali e con un caschetto di capelli lisci color antracite... Applausi.... Silenzio
Da lontanto un rumore di onde, avanzano, sempre più forti e violente, il vento interviene a fare la sua parte, improvviso un uscio sbatte, il violino ricorda il pianto di un bimbo, i timpani tuonano.... silenzio... il triangolo batte le ore, di nuovo l'uscio, di nuovo il tuono e le onde e il vento e l'uscio che sbatte.
Il direttore impazzito, si agita istericamente frustandosi il viso con i capelli corvini. Io li ho osservati bene quei capelli, li aveva lavati di fresco e sospetto una con buona dose di balsamo ammorbidente. E' una parte dominante, quella del capello ammorbidito, di ogni direttore d'orchestra, bravo o meno non importa, ma il capello...
Intanto l'uscio continua a sbattere e i flauti emettono soffi di tempesta.
UN COLPO PIU' FORTE ... IMPETUOSO... ASSORDANTE.. Silenzio.
Il direttore è provato, raggomitolato su se stesso rivolto all'orchestra. Il viso nascosto dal caschetto.
Si alza sofferente, si gira, ci osserva, si butta in un inchino,quasi a toccare il pavimento con le punte della sua chioma morbida e vaporosa.
Applausi.
Sono onesto. E' stato un buon concerto e mi è piaciuto.
Come oche incollonate usciamo, raggiungiamo il ristorante greco, e ordiniamo le pietanze che andremo ad attaccare con voracità
Entrano anche i musici e il direttore. Il ristorante dopo teatro è un rito al quale le persone di spettacolo non possono sfuggire.
Li osservo, non hanno più l'aria patita di poco prima, abbigliamento casual, e allegria.
Arrivano le loro portate, li osservo ancora, forse non hanno l'aria patita, ma la fame li tradisce inesorabilmente.
Oggi una coppia di amici, mi ha annunciato, che stanno programmando di trasferirsi in Florida.
Questo all'ora di pranzo, all'ora di cena invece, mi ha telefonato un altro mio amico, un ragazzone toscano alto 1,90 e con una incredibile barba incolta, lui abbandona l'Italia per andare a vivere in Andalusia.
E IO?
Me lo avevano consigliato le amiche di tastiera, questo romanzo, ho seguito il loro consiglio ed ora ho terminato la lettura.
Iniziato con leggero interesse, mi sono ritrovato ben presto, a sfogliare le pagine come un drogato in astinenza e dopo alcuni capitoli, mi sono accorto di essere stato totalmente catturato dalla trama e dai personaggi. Alcune pagine poi, di indiscussa suspence o da film del terrore.
Io non guardo mai pellicole orror perchè mi infastidiscono, non credevo che anche una lettura potesse farmi irzare i peli delle braccia.
Lo definireri un buon romanzo, anche se il finale è stato meno graffiante di tutto il resto.
Ok! Vado a nanna e porterò con me, un nuovo libro da comodino.
Buonanotte!
Ancora un sogno incomprensibile, ancora un sogno incredibilmente vero e al di fuori di ogni realtà
Ero braccato, mi aggiravo per vicoli oscuri di Bologna, sapevo che gli uomini di Berlusconi mi cercavano e il mio stato d'animo era fortemente ansioso.
Non sapevo decifrare il mio IO, mille dubbi e mille incertezze si agitavano in me causando paure e sensi di colpa; poi inaspettatamente, come raggiunto da un'improvvisa illuminazione, mi sono sentito nel giusto e da cacciato, sono diventato cacciatore.
Nella scena successiva mi trovavo in ascensore, un grande ascensore industriale, salivo ai piani alti alla ricerca di Berlusconi, i suoi uomini sapevano di ciò che stavo facendo, ma per quanto incredibile, non ne incontrai nemmeno uno. Entrai in un macello a più piani, dove stavano macellando delle vacche, le vie d'uscita erano chiuse da cancelli, mi sentii in trappola, mi guardai attorno e vidi colui che era considerato il braccio destro del cavalliere: il macellaio, tutto vestito di bianco. Con mia sorpresa mi indicò, tramite un breve cenno della testa, una scala formata da gradini in maglia di metallo traforata. Mentre salivo intuii che gli uomini del Bos mi stavano agevolando, forse non erano più in accordo con il suo operato, forse avevano deciso di abbandonarlo al suo destino per qualche loro disaccordo politico.
Una porta mi immise nel refettorio di un ospizio. Berlusconi era seduto ad un tavolo con la sua solita giacca e cravatta, ma aveva un bluetooth per non udenti. Sorseggiava con lentezza un consommè da anziani.
Un vecchio! Ecco cosa era Berlusconi un vecchio. Io armato di un fascio di flessibili canne di bambù, prese dalla scopa di un netturbino, avrei voluto picchiarlo, ma il vederlo così inerme fece sbollire la mia rabbia. Mi limitai a frustare il muro, il tavolo mentre l'unica sua guardia del corpo, un'infermiere dell'ospizio, tentava di calmarmi intralciando la mia avanzata.
Improvvisamente Berlusconi, si alzò di scatto prese un fascio di canne di bambù e mi si avventò contro urlando, pieno di energia e di tracotanza.
Iniziammo a frustarci selvaggiamente, scendeno in strada. Una strada di provincia di notte, male illuminata, ma sufficientemente larga per permetterci di suonarcele di santa ragione.
La sensazione che avevo era di parità, di due esseri dello stesso livello sociale e intellettuale, di fazioni diverse ma di stima reciproca (cosa per me, quella della stima, incomprensibile più del sogno). una sorta di Don Camillo e Don Peppone ma senza i loro ideali, due persone che si fustigavano in maniera truculenta per quelle che erano.
Intanto alcune persone del popolo si erano avvicinate e osservavano commentando. Loro vedevano due politici pronti a sbranarsi e le frasi non erano certo lusinghiere, me ne ricordo una, l'ultima prima del risveglio:
"LASCIA CHE SI PICCHINO TRA LORO, COSI' CI LASCERANNO IN PACE PER UN PO'"
Festività, auguri, telefonate a getto continuo, voci gioiose e di nuovo aguri.
Tra le tante voci, quella della mia più cara amica, raffreddata, intorpidita, influenzata.
Qualche parola per ricordarci che siamo presenti, poi un saluto veloce: "torno davanti al camino con il resto della famiglia, siamo tutti ammalati."
Dio come l'ho invidiata! Ho desiderato un bel raffreddorone, di quelli che non ti distruggono ma che ti permettono di accoccolarti davanti al camino acceso, con una comodissima tuta, calzettoni ai piedi, una coperta morbida, un buon libro e un po' di musica in sottofondo, tanti cuscini dietro la schiena, la gambe distese sul tappeto e una calda tazza di te.
A pensare che ho fatto l'antinfluenzale.
Natale-S.Stefano, un periodo dell'anno, per chi gestisce un locale pubblico, decisamente carico di eventi di euforia e...di fatica. E' per questo motivo che per me, l'anno inizia il 2 gennaio, dopo il coma del giorno uno.
Ma veniamo al titolo: "LE AUGURO UNA BUONA FINE"
Il 31 dicembre, una telefonata decisamente particolare, una voca roca che ricordava tanto quella della matrigna di biancaneve, dopo la richiesta di alcune informazioni, mi ha fatto quest'augurio:
LE AUGURO UNA BUONA FINE!
Di solito si augura una buona fine e un buon principio, ma "una buona fine" e basta mi ha lasciato interdetto.
E' stato inevitabile e istintiva, la toccatina alle parti basse, con aggiunta di dita incrociate e mignolo alzato in segno di corna antisfortuna.
Voleva solamente essere, quello della matrigna, un augurio di gioia e felicità, sicuramente non nefasto come appariva in prima lettura. Eppure, passata l'impressione iniziale, quella frase mi è rimasta dentro.
Sicuramente, una morte BUONA è il miglior agurio che si possa ricevere, ma appurato che il futuro è un'incognita ho analizzato la situazione da un'ottica diversa.
OK! prendiamo per buona UNA BUONA FINE, ma anche UN BUON PRINCIPIO
L'istinto mi ha suggerito di "cancellare la lavagna" per iniziare un nuovo anno con una "lavagna pulita"
Il sottile piacere che si prova ad aprire un blok notes candido, con le sue speranze, e con la gioia di buoni propositi, si è inspiegabilmente impossissato di me.
Poi la mente, ha realizzato che non è realistico cancellare una lavagna. Direi che il miglior esempio è quello della progettazione di interni.
Si prende una carta lucida e si inizia a tracciare qualche linea, sai che è una bozza, sono idee iniziali che non soddisfano, allora sovrapponi al primo foglio un secondo, la bozza non è da gettare, si vede, rimane lì un po' velata dal nuovo lucido e fai una variazione, altro foglio un altro ancora e ancora, intanto la bozza pian piano sempre meno visibile, scompare definitivamente.
Finalmente il progetto è soddisfacente, il percorso è stato tortuoso, tante modifiche, tanta variazioni, tanti dolori, intuizioni, gioie, delusioni. Attimi di sconforto, desiderio di abbandonare il lavoro, poi variando l'ottica ecco apparire il tutto nella sua bellezza e magnificenza.
La bozza è ancora là, invisibile, basta sfogliare per ritrovarla e constatare quante cose sono passate nella nostra mente e ci fa capire come tutto può cambiare e come cabiando il punto di vista, possiamo arricchirci dentro.
La lavagna non è un buon esempio. Una volta cancellata non ci permette di valutare la nostra crescita.
Oggi ho aggiunto un foglio nuovo sul tecnigrafo, spero lo faccia anche tu.
Auguro a tutti quello che io mi auguro:
UN BUON PRINCIPIO, ce lo meritiamo!!!