E' raro essere per me, a Bologna di notte. Generalmente il lavoro e gli appuntamenti e gli impegni, si presentano con la luce, Bologna o Milano o Torino, o qualsiasi altra città, di giorno hanno un comune denominatore: l'impersonalità. Non certo per loro colpa, ma per il nostro dover fare, dover correre, sempre e comunque.
Notte a Bologna, dicevo.
L'appuntamento era di puro svago, quindi tutto veniva svolto con calma assoluta; camminare sotto i portici illuminati ed ascoltare il rimbombare dei propri passi, accorgersi di una volta gotica, di un aggetto medioevale, osservare una vetrina incastonata tra due pilastri lignei.
Camminare lentamente gustando l'atmosfera del momento, camminare uno accanto all'altra, per mano, senza età, in silenzio, ricchi.
In una di queste vie storiche della città, in un chiostro, il teatro S.Martino.
Lo spettacolo aveva preso a prestito le parole per esprimere poesia. Luci dosate, gesti lievi come sfumature e sfumature di vita, ci venivano offerti in un paccheto poetico e delicato.
Poi nuovamente i passi sotto i portici, e il brulicare dei pub e delle trattorie definite "Antiche" per attirare i clienti e nuovamente le volte a crociera e...
Ma li notate mai voi?
Notate mai la sputacchiera in pietra (ora in disuso) al lato di un portone bugnato?
Un leone in granito grezzo senza un occhio?
Il colore dei ciottoli in porfido?
Quando l'ultima volta che avete camminato "sentendo"?
Dobbiamo farlo più spesso.
E' una promessa!
Una gonna di jeans, un maglioncino nero, scarpe senza tacco.
Guardi il pubblico sorridendo. Il regista sta facendo i tuoi elogi come drammaturga e parla e si dilunga, tu continui a tacere, le braccia incrociate sul petto, sorridi posando il tuo sguardo su tutta la platea. Non una parola, una sillaba, ma sorridi e il tuo sorriso racconta la tua gioia, le tue incertezze, la tua certezza di una cosa ben fatta.
Gli attori si fidano di te e questa stima la riversi su di noi con quel sorriso delle labbra e degli occhi.
Ti osservo attentamente da una poltrona di sesta fila. Ti sistemi una ciocca di capelli, li porti sempre arruffati e raccolti malamente sulla nuca. I miei pensieri vagano, mi ricordi Juliette Greco, a differenza di lei, i tuoi capelli sono quasi biondi; anche jouliette, come te, indossava un maglioncino nero, una gonna al ginocchio e scarpe senza tacco. Con il tuo aspetto potresti far parte di quella nicchia di intellettuali anni 50, in realtà non sei affatto intellettuale, sei caparbia, combattiva contro le ingiustizie, irascibile nelle piccole cose, ti sforzi di manipolare il tuo alto senso del dovere inculcato forse dalla nonna materna, o di addolcire il tuo egoismo ereditato dal nonno paterno. Poi inventi le tue storie e la tua sensibilità viene elargita a piene mani e il tuo viso si illumina. Ed eccoti lì, sorridente su quel palcoscenico a raccontarci muta tutto il tuo donarti.
Abbandono i pensieri e ti rifocalizzo. Il regista ha terminato, entrambi scendete dal palco.
Inizia lo spettacolo.